Resilienza e lavoro: intervista a Lucia Dello Russo di Unicoop
Avv. Lucia Dello Russo, presidente di Unicoop, analizza il cambio di fase che attraversa l’economia italiana tra reshoring tecnologico, nuove competenze e ruolo della cooperazione. In questa intervista spiega perché la transizione dalla globalizzazione dell’efficienza alla globalizzazione della resilienza impone scelte rapide su formazione, filiere e certificazioni, con un’attenzione concreta ai giovani NEET e al ceto medio in difficoltà.
Un cambio di paradigma nel lavoro italiano
Qual è lo scenario che vede delinearsi per il mercato del lavoro nazionale
“Il passaggio dalla globalizzazione dell’efficienza (costi minimi) alla globalizzazione della resilienza (sicurezza delle forniture) sta ridisegnando l’economia globale. In Italia, questo si traduce nel paradosso del reshoring tecnologico: le produzioni tornano nei confini nazionali, ma all’interno di ‘fabbriche light’ altamente automatizzate. Il risultato è una selezione strutturale senza precedenti: l’automazione non sostituisce più solo il lavoro manuale, ma erode anche le mansioni della classe media.”
“Persino le competenze ibride, un tempo garanzia di occupabilità, oggi devono misurarsi con un mercato che richiede una specializzazione sempre più alta e meno fungibile. In questo scenario, il ritorno della produzione (reshoring) rischia di generare PIL ma non necessariamente occupazione, mettendo a dura prova la stabilità economica del ceto medio italiano.”
Il caso siciliano come cartina di tornasole
Perché il comparto agroalimentare della Sicilia è emblematico
“Il settore agroalimentare siciliano è un caso emblematico di questa tensione. Oggi assistiamo a un’integrazione verticale in cui si coltiva dove terra e manodopera costano meno (es. America Latina), si trasforma in Italia per sfruttare il brand territoriale e si automatizza il processo per massimizzare i margini.”
“In questo schema, il territorio offre logistica e suolo, ma non assorbe più la massa critica di lavoratori di un tempo, creando ‘riserve inespresse’ di forza lavoro esclusa.”
Due fronti complementari per valore ed equità
Quale modello propone per coniugare competitività e inclusione
“L’Italia si trova davanti a un bivio demografico ed economico: da un lato, una riserva inespressa di oltre un milione di giovani NEET; dall’altro, una nuova globalizzazione che richiede competenze tecniche per l’export (Piano Mattei) e autenticità garantita per il mercato interno (difesa delle eccellenze locali).”
“La conciliazione tra l’espansione del ‘Fronte Sud’ (Piano Mattei) e la tutela delle eccellenze manuali locali (integrazione verticale inversa) si fonda su un modello a due velocità che differenzia la gestione del valore aggiunto: in un caso lo esportiamo (tecnologia), nell’altro lo proteggiamo (artigianalità), trasformando il lavoro da costo da abbattere a valore certificato e il Mezzogiorno da semplice area di transito o ‘suolo’ a hub strategico di trasformazione tecnologica collettiva, competenze ibride certificate (micro-credentialing) e certificazione sociale ed etica.”
Il fronte sud e le opportunità per i NEET
Dove si crea domanda di profili tecnici spendibili subito
“Il Piano Mattei deve essere in grado di creare una domanda qualificata. L’Africa e i mercati emergenti non cercano prodotti finiti, ma filiere di trasformazione locale. L’opportunità per i NEET risiede nei servizi di assistenza e logistica avanzata: formare tecnici manutentori per macchinari industriali/agricoli che viaggiano, esperti di dogane digitali e tracciabilità e operatori logistici per il Mediterraneo. Qui il lavoratore italiano diventa il ‘cervello’ che accompagna la macchina, garantendo che la tecnologia esportata funzioni e produca valore.”
Il santuario locale e l’integrazione verticale inversa
Come si difende il valore delle produzioni identitarie
“Contro il modello della ‘falsa trasformazione’ (materia prima estera a basso costo marchiata come italiana), la risposta è l’integrazione verticale inversa. Si tratta di tutelare le produzioni manuali e identitarie attraverso laboratori di trasformazione collettivi e certificazioni etiche e giusto salario, trasformando il costo del lavoro in un asset di marketing. In questo schema, il giovane non è un bracciante, ma un tecnico di filiera corta che gestisce l’automazione al servizio della qualità.”
Competenze e tempi della formazione
Qual è il principale ostacolo all’attuazione di questo disegno
“Il principale ostacolo è il mismatch temporale. Mentre il mercato e la tecnologia corrono a velocità esponenziale, il sistema scolastico e universitario tradizionale procede con tempi burocratici. Il rischio è generare ‘esportatori di macchine’ senza tecnici che sappiano ripararle, o ‘agricoltura 4.0’ senza operatori di dati.”
Le tre leve cooperative per colmare il divario
Quali strumenti concreti possono attivare le centrali cooperative
“Le Centrali Cooperative, per loro natura intermedie tra mercato e territorio, possono colmare questo gap con soluzioni agili.”
- Academy di distretto inter-aziendali: “Invece di aspettare i programmi ministeriali, le cooperative possono istituire percorsi di formazione ‘on-the-job’ finanziati dai fondi interprofessionali, creando micro-qualifiche certificate valide sia per il mercato interno che per l’assistenza all’estero.”
- Cantieri di integrazione verticale: “Promuovere la costituzione di laboratori di trasformazione tecnologica collettivi. Acquistando collettivamente macchinari di ultima generazione e software di tracciabilità (Blockchain), permette ai soci di assorbire NEET come gestori di questi processi, garantendo stipendi medi e stabilità.”
- Il lavoro etico come brand: “Le centrali devono farsi promotrici di un ‘marchio di certificazione del lavoro’ che garantisca al consumatore finale che quel prodotto non solo è italiano nell’origine, ma è stato trasformato rispettando un contratto collettivo dignitoso, rendendo il ‘giusto salario’ la vera barriera contro le importazioni sleali.”
Prospettiva per il ceto medio e tenuta sociale
Qual è la visione di lungo periodo rispetto alla resilienza sociale
“La risposta alla crisi della classe media risiede dunque nella capacità di certificare non solo il prodotto, ma il lavoro etico (ESG) e la competenza specializzata. Trasformare la manodopera italiana in ‘architetto delle filiere transnazionali’ è la chiave per una resilienza che sia, finalmente, anche sociale.”
La rotta indicata si fonda su un equilibrio tra tecnologia esportata e artigianalità protetta, sulla formazione rapida e certificata e su una tracciabilità trasparente lungo tutta la filiera. La cooperazione può agire da cerniera tra impresa e comunità, accelerando l’inclusione dei giovani e la riqualificazione del ceto medio, con ricadute reali sui territori e sulle catene del valore che attraversano il Mediterraneo.







